Roots
Albis ardua
- Unit
- 5th Tank Squadron Group «Lancieri di Novara», Codroipo
- Years
- 1988–89
- Rank
- second lieutenant, Leopard tank platoon commander
- Reading time
- 3,740 words, about 20 minutes
Before reading
The story is shot through with a rejection of war: «the closer I came to war, the more my rejection of violence and hatred grew». The Lancers’ motto, Albis ardua, is chosen as a motto for life, «cleansed of any reference to war».
The grandfathers
They fought in the First World War. His maternal grandfather, Amatore, is remembered in the story.
His father, Aldo Grassi
An Alpine artillery officer in the Second World War, wounded and decorated. The 1939 photographs show him at the reserve officer cadet school of Artillery in Lucca; on the back of one of them: «Torre del Lago, 3-XII-1939, Villa Puccini, door of the Maestro’s study».
Andrea Massimo
Second lieutenant, Leopard tank platoon commander, 5th Tank Squadron Group «Lancieri di Novara», Codroipo, 1988–89. Current rank: lieutenant.
The story is available in Italian only.
Alla fine, la famigerata cartolina rosa arrivò. Ero riuscito a rimandare fino al massimo consentito, per motivi di studio, l’inizio del servizio di leva obbligatorio. In quel periodo, pur essendo milanese di nascita, abitavo da solo a Palermo, dove insegnavo musica e suonavo il clarinetto. Avendo vinto il concorso come allievo ufficiale mi ero assicurato da una parte uno stipendio che mi permetteva di continuare a mantenermi e dall’altra la consolazione che avrei impiegato il mio tempo in una attività nuova e molto probabilmente interessante. Inoltre, i miei nonni avevano combattuto la Prima guerra mondiale, mio padre era stato, nella Seconda, ufficiale di artiglieria alpina (oltre che ferito e decorato) e mi sembrava naturale che anche io facessi esperienza militare.
La prima destinazione era Caserta, alla Scuola Truppe Corazzate. Vi arrivai l’8 aprile 1988, come allievo ufficiale nell’arma di Cavalleria. I primi giorni del corso di addestramento, certo impegnativi anche per le pochissime ore di sonno che gli ‘anziani’ ci concedevano, furono caratterizzati da un episodio un poco grottesco: fui convocato nell’ufficio del Comandante della Scuola per comunicarmi che i miei genitori, rimasti senza mia notizia alcuna da parecchi giorni, da Milano avevano telefonato in caserma preoccupati. Era semplicemente successo che, vivendo fuori casa, in Sicilia, già da anni, non avevo pensato di avvisare i miei genitori (sebbene mi fossi proposto di farlo di lì a poco) dell’inizio del mio servizio militare.

Il programma di addestramento prevedeva esercizio fisico, lezioni teoriche, tiro col fucile, scuola guida di camion, esercitazioni di guida del carro armato (prima su un ingegnoso simulatore poi, finalmente, sul carro Leopard 1), tiro diurno e notturno col carro, volo in elicottero. Ricordo la prima sessione di tiro con la pistola. Chi aveva tirato prima di me aveva formato una rosa ben definita a lato del bersaglio: evidentemente la vecchia Beretta 1934 non era ben calibrata o aveva la tacca di mira disallineata col mirino. In ogni caso, per compensare lo scostamento, ricordo che mi bastò mirare una decina di centimetri a lato del centro e dalla parte opposta della rosa, e così feci punteggio pieno. Il capitano si complimentò con me con un epiteto alquanto colorito. Non posso tacere su un altro episodio che aveva messo in luce le mie spiccate doti militari: durante un’esercitazione mi toccò comandare il plotone di lancieri alla presenza del Generale Comandante della Scuola. Arrivato con il plotone in marcia al fianco del Generale avrei dovuto dare l’alt, poi il comando per schierare i lancieri di fronte all’alto ufficiale e infine dare il presentat’arm. Urlai ‘fianco dest’! e confondendo (come mi capita ancora) la destra con la sinistra, i lancieri, severamente addestrati a ubbidire, si schierarono tutti come un sol uomo, eleganti, ritti e fieri … voltando le spalle al Generale. Urlai un immediato dietro front che rimediò all’imbarazzante situazione, ma che non cancellò lo scorno e la vergogna di avere schierato il plotone di spalle al Generale.
Intanto il tempo a Caserta trascorreva velocemente. I rapporti con i compagni di corso si cementavano in amicizie fraterne e si avvicinava la data di assegnazione al reparto di destinazione. L’assegnazione della destinazione da ufficiale aveva seguìto, nel mio caso, una strada alquanto bizzarra. A pochi giorni dal termine del corso venni nuovamente chiamato dal Comandante della Scuola. La modalità non era usuale e dunque mi si prospettava una comunicazione di una certa importanza (nonché di contenuto a me totalmente sconosciuto). Il Comandante mi accolse con un irrituale sorriso e mi comunicò con compiacimento che la mia richiesta di essere assegnato nella città in cui ero domiciliato era stata accolta. Sgranai gli occhi, stralunato. Non mi ero mai sognato di fare una simile richiesta. Anzi, avevo sempre guardato con repulsione ogni forma di raccomandazione o di favoritismo ed evidentemente qualcuno, a mia insaputa, aveva mosso le acque chiedendo la raccomandazione contro la mia volontà. Spiegai al Comandante ciò che presumevo fosse accaduto: gli dissi che non solo rifiutavo energicamente la raccomandazione ma che essendo risultato in una buona posizione nella graduatoria di fine corso avevo l’opportunità di esprimere la preferenza riguardo al reparto di assegnazione. Chiesi di essere assegnato a Codroipo, sede del reparto di Cavalleria dei Lancieri di Novara. Il Comandante rimase sbalordito e, dicendomi che l’indicazione veniva dall’alto, agitava la sua mano al soffitto ripetendo con enfasi: “da molto in alto! da molto in alto!”. Rinnovai il mio rifiuto. Il Comandante, allargando incredulo le braccia, mi disse che mai gli era capitata una cosa simile. Concluse quasi divertito: “Va bene, come vuole… sarà assegnato a Codroipo”. Probabilmente lasciai perplesso anche il Generale che a fine addestramento ci porse il saluto di congedo dalla Scuola: era stupito che un musicista che studiava anche Lettere moderne diventasse ufficiale di Cavalleria. Io non vi vedevo nessuna contraddizione e, anzi, avevo ben presente come un artista del rango di Gabriele d’Annunzio si trovasse a proprio agio proprio come ufficiale di Cavalleria dei Lancieri di Novara. O forse mi paragonavo, nei miei sogni e nei miei desideri, alla figura più emblematica, utopica, affascinante, mirabile e sgangherata del cavaliere, il visionario Don Chisciotte.
Dopo i cinque mesi di addestramento approdai dunque al 5° Squadrone Carri Lancieri di Novara, di stanza a Codroipo. Avevo sulla divisa la stelletta da sottotenente e sottobraccio la splendida e pregiata sciabola di mio padre, fatta fare a mano dallo spadaio appositamente per lui alla fine degli anni Trenta. La prima notte dopo la presa di servizio come ufficiale fu alquanto singolare: era consuetudine che in Cavalleria il sottotenente di primo pelo la passasse con i cavalli, nelle scuderie della caserma. Fu una notte diversa dal solito e per nulla disagiata; dopo tutto la paglia della stalla era molto più comoda dei sassi o del ghiaccio su cui più di una volta avevo bivaccato in montagna. L’unico elemento di disturbo erano le roboanti flatulenze dei cavalli che, imperterrite, avevano minacciato lungo tutta la notte il mio dormiveglia. La vita del circolo ufficiali, in un clima cordiale ed elegante, era regolata da consuetudini e regole improntate all’educazione e al buon senso, alle quali mi attenevo di buon grado. Una delle regole vigenti richiedeva agli ufficiali presenti in una stanza del circolo di alzarsi in piedi quando una donna ne entrava o ne usciva. Una regola di rispetto per la donna, di deferenza, di alto valore simbolico e radicata nella storia e nella cultura della cavalleria, di cui, non lo nego, sento la nostalgia. Ricordo anche la soddisfazione di comperare cd con il primo stipendio da ufficiale (stipendio che era superiore a quello che percepivo nella scuola in cui insegnavo musica). Lo Stabat Mater di Vivaldi e il Quintetto in do maggiore di Schubert furono i primi di numerosi altri acquisti. La vita in caserma era governata da ritmi di lavoro molto sostenuti. Di questo non me ne rammaricavo, tutt’altro. Dato che la mia preoccupazione maggiore in vista del periodo militare era quella di perdere tempo, mi rallegravo del fatto di avere giornate piene e di arrivare alla sera stanco per una buona giornata di lavoro. (Ricordo che lavorai fino all’ultimo persino il giorno del congedo: la mattina lezione coi lancieri, il pomeriggio la valigia, il cambio in abiti civili, un saluto commosso di commiato e la partenza dalla caserma). Tenevo, tra l’altro, lezioni di cartografia (materia a me familiare grazie alla passione e all’attività in montagna) e lezioni sul funzionamento del carro armato. Non mancavano i campi di addestramento, tra cui quelli invernali coi carri armati sul greto del Meduna-Cellina, caratterizzati dalle freddissime e allegre serate attorno al fuoco, coi miei lancieri, nelle quali musica e vino formavano una eccellente accoppiata. Una parte consistente dell’addestramento con i lancieri era dedicata alla cura dei nostri gioielli da oltre 42 tonnellate: i carri armati Leopard. Con amorevole scrupolo li pulivamo, controllavamo i livelli dei liquidi e lo stato dei filtri di quel miracolo dell’ingegno umano che è il motore del Leopard: un sontuoso e assetato 10 cilindri a V di fabbricazione Mercedes Benz, policarburante, da ben 37.400 di cilindrata e che non disdegna, se dotato di snorkel, di guadare un corso d’acqua fino a quattro metri di profondità. Sovente ci si dedicava a cambiare i tacchi di gomma dei cingoli, consumati durante le esercitazioni in campo aperto. L’operazione, dopo avere smontato e messo a terra il cingolo aperto, richiedeva forza nel manovrare una mazza da 5 kg e perizia nell’assestare i colpi nel punto esatto in cui il tacco si sfilava dal binario, cercando di evitare a tutti i costi di realizzare ciò che il detto popolare esprime così icasticamente con la frase “darsi la zappa sui piedi”. Ma l’operazione più delicata e rischiosa era il rimontaggio del cingolo: consisteva nel mettersi davanti al muso del carro, spingere il cingolo con entrambi i piedi e, con l’aiuto di un palanchino, riunire le due estremità del cingolo sul pignone durante un cauto avanzamento del carro grazie a una controllatissima accelerata del pilota. Insomma, bisognava aggrapparsi davanti al carro in movimento, con i propri piedi sul cingolo, ed era evidente che un errore poteva provocare gravi conseguenze. Anche per questo motivo, volevo spesso essere io a compiere la rischiosa manovra. Fu alla fine di una simile operazione che un ufficiale superiore, che aveva osservato da distante le mie acrobazie sui cingoli con il carro in movimento, mi chiamò a sé. Con severità (ma lo ammetto, anche con garbo e signorilità) mi disse che quel tipo di lavori andavano affidati esclusivamente alla truppa e che un ufficiale non doveva permettersi di prenderne parte. La reprimenda mi fece ricordare il valore che ha la causa esemplare nel pensiero di Aristotele e più prosaicamente mi fece ricordare la funzione che aveva sempre avuto l’esempio nel mio lavoro di insegnante. Pensavo che chi ha compiti di responsabilità non soltanto deve avere titoli, competenze, capacità ed esperienza per esercitare le sue funzioni, ma deve anche mettersi in gioco in prima persona. Altrimenti si faccia da parte. In conclusione, non ricordo come e se replicai all’ufficiale superiore. Ricordo sicuramente che non mi sognai né di seguire quella direttiva né di cambiare il mio punto di vista. Sapevo che soltanto così avrei avuto l’autorevolezza per comandare. Non è dunque un caso che con i miei lancieri, persone di valore e degne della più totale fiducia (peraltro totalmente ricambiata), realizzassimo l’operazione del cambio dei cingoli con velocità e maestria. Di ciò non riesco a celarne l’orgoglio. Ma tra i tanti ricordi, uno riveste un significato speciale: un picchetto d’onore al sacrario dei caduti a Redipuglia, con i miei lancieri. Davanti a quella distesa interminabile di lapidi che ricordano 100.000 caduti pensavo alla guerra combattuta dai miei nonni, pensavo a mio padre ufficiale di artiglieria alpina, ferito sul fronte francese e decorato al valore. Impugnavo la sua sciabola e pensavo alla follia scellerata che è la guerra.

L’assiduo impegno di lavoro rendeva agognato ogni giorno di licenza, che dedicavo a viaggiare e a soddisfare il desiderio di conoscere. In un fine settimana riuscimmo, assieme ad amici anch’essi ufficiali, a visitare la splendida Vienna (sebbene ai graduati in servizio fosse proibito l’espatrio), non immaginando nemmeno lontanamente che qualche anno dopo ci sarei tornato per studiare i manoscritti del mio prediletto Brahms. Cercavo anche di andare in montagna a sciare e ad arrampicare. Con lo zio Massimo provammo ad affrontare il Campanile Basso, nelle Dolomiti di Brenta, ma con grande nostro disappunto ci fermò il maltempo. Ero solito girovagare da solo, viaggiando in treno. Le mete predilette erano Udine, Trieste, Padova, Vicenza, Treviso, Venezia. Conobbi Venezia nelle stagioni meno turistiche, quando la città è inondata di nebbia e di silenzio, come in una acquaforte di Emanuele Brugnoli, di cui ho un bell’esemplare appeso nel mio studio. Ricordo che la nebbia, così frequente a Codroipo nei mesi freddi, aveva su di me un forte potere evocativo, tanto che nel tempo libero mi arrischiai a scrivere poesie. Mi facevano sorridere per la loro ingenuità e arrossire, non posso negarlo, per il loro scarsissimo valore artistico. Ma quelle poesie mi apparivano semplicemente come fotografie risultate un po’ mosse e sbiadite: non riuscite né tecnicamente né artisticamente ma cariche di ricordi, di sensazioni e di colori. I tempi liberi o di licenza mi permettevano di studiare per l’università e di suonare il flauto diritto, a parziale compensazione dell’assenza del mio amato clarinetto, che non mi ero arrischiato a portare con me. Fu il distacco così prolungato dal clarinetto l’unica vera rinuncia del periodo militare.

Mi bastava un giorno libero per salire su un treno, e i viaggi mi permettevano sovente di familiarizzare con le stupende ragazze friulane, con le quali, talvolta, si manifestava un reciproco interesse (con mia grande gratificazione). Ciò accadde proprio durante un viaggio in treno a Trieste. Una ragazza, bella come il sole, seduta distante dal mio posto, era assorta quanto me nella lettura di un libro. I nostri sguardi cominciarono timidamente a staccarsi dalla pagina scritta e a incontrarsi, divenendo via via più frequenti, e poi più lunghi, e poi più complici. Finalmente, un grande sorriso liberatorio di entrambi ci avvicinò di posto. Parlammo a lungo. Ci scoprimmo affini, ci scoprimmo attratti. Ma nello sforzo di lei di sorvolare su una evidenza, un turbamento accompagnava il suo sguardo e le sue parole: c’era infatti qualcuno che l’aspettava all’arrivo in stazione… A distanza di tanti anni, di lei non mi è rimasta memoria del nome. Per contro, non dimentico i suoi splendidi occhi verdi, il suo viso elegante e dolcissimo in cui traspariva un po’ di malinconia e l’inequivocabile contrarietà di essere già fidanzata.
Il 5° Squadrone Carri Lancieri di Novara era ubicato a Codroipo, in provincia di Udine, ed era in Friuli come la maggior parte dei reparti di Cavalleria, a difesa dei nostri confini dal blocco comunista russo-sovietico, il cosiddetto blocco orientale. Anche per me la dislocazione dello Squadrone a Codroipo aveva un interesse altamente strategico, ma certamente per aspetti personali più che militari: era infatti il reparto di Cavalleria più vicino a Carpacco, paese natale di mio nonno materno. Sentivo potentemente il bisogno, come l’amatissimo Ungaretti con i suoi fiumi, di riappropriarmi della mia storia, di trovare nel Tagliamento l’origine della mia gente. Avevo bisogno del limpido fiume friulano per “rimescolarmi” e potere dire anch’io che in quell’acqua “mi sono conosciuto”.
Il nonno materno racchiudeva nella sua vita e nel suo nome, Amatore, dolcezza e forza insieme. Anni prima, da Milano, aveva portato noi nipoti bambini in viaggio, o meglio in pellegrinaggio, nelle sue terre. Visitammo la sua casa natale a Carpacco, a pochi passi dal Tagliamento. Ricordo l’episodio in cui vidi per la prima e unica volta il nonno arrabbiato: con mio fratello e mio cugino (avevamo, credo, sette-otto anni) ci allontanammo da casa, senza avvertire, per andare al Tagliamento. Passammo sul fiume un pomeriggio meravigliosamente spensierato. Ma quando tornammo ci fu bufera. Il nonno, rosso in viso e con la voce roca, ci intimò di non fare mai più una cosa del genere. Ci vollero anni perché capissimo: il nonno, da bambino, aveva perso degli amici coetanei che si erano avventurati, annegando, nelle acque infide del Tagliamento. Visitammo anche San Daniele del Friuli, Gemona, Udine, il sacrario di Redipuglia e i luoghi dove il nonno aveva combattuto in prima linea, i luoghi i cui nomi fanno rabbrividire l’umanità: il Carso, il monte Podgora, i fiumi Piave e Isonzo. Erano i luoghi dove aveva visto morire i suoi compagni di trincea, con la bocca digrignata volta al plenilunio, con la congestione delle loro mani penetrata nel suo silenzio, dove la pietra del San Michele è così fredda e così dura e così refrattaria, dove delle case non era rimasto che qualche brandello di muro. Il nonno, nella sua saggezza, voleva darci una duplice impronta: le origini e la memoria. E l’assegnazione come ufficiale a Codroipo mi aveva fornito l’occasione unica e privilegiata di distendermi, come dice Ungaretti, in un’urna d’acqua e lì ritrovare le mie origini.
La vetrinetta del Circolo ufficiali dei Lancieri di Novara brulicava di cimeli. Fotografie in bianco e nero con eleganti e fieri giovani a cavallo, le cui vite erano state dolorosamente sacrificate in guerra. Medaglie, colonnelle, stendardi, decorazioni che parlavano di gesta eroiche ma anche di giovani vite spezzate. Con orgoglio erano esibiti cimeli appartenuti a un celebre ufficiale dei Lancieri di Novara, Gabriele d’Annunzio. I miei cimeli, invece, li portavo nel cuore. Di mio nonno paterno, Graziano, che durante la Prima guerra mondiale aveva patito gli stenti nel campo di prigionia di Mauthausen, mi rimangono le sue accorate testimonianze in tredici pagine manoscritte (nonché la sua propensione all’arte che ha influenzato diffusamente e beneficamente tutta la mia famiglia: prima della guerra ’15-’18 aveva fatto la scuola di grafica del Castello e l’Accademia di Brera). Del nonno materno, Amatore, erano indelebili i ricordi e i tormenti nati dall’esperienza della trincea in prima linea, ricordi che in noi nipoti erano scolpiti nell’anima, in virtù dei racconti che non di rado ci regalava emozionato e che fortunatamente sono stati raccolti in un commovente libro stampato in proprio. Del fratello di mio padre, Adriano, tornato miracolosamente vivo dalla ritirata degli Alpini in Russia, non mi rimane che il dato nudo e crudo della notizia riferita dalla storia, e non certo riferita da lui, poiché mai volle parlarne e mai volle scriverne (e noi mai insistemmo nel chiedergli di riaffacciarsi a quell’abisso). Di mia madre conservo il cimelio dei suoi schivi e riluttanti accenni alla tragedia della guerra, di quando bambina vedeva per strada, sotto casa, i cadaveri dei morti ammazzati dapprima dai tedeschi e dai fascisti, e poi dai partigiani. Un cimelio che conservo con amore è un delizioso quadretto a olio di ottima fattura che raffigura una tipica casa di ringhiera milanese. Al soggetto così domestico fa da contorno, in contrasto, la testimonianza della tragedia: la cornice è infatti solcata e sfregiata dai segni dai bombardamenti che nell’agosto del ’43 colpirono Milano e che distrussero, tra l’altro, la casa dei miei nonni paterni, e alle cui pareti era appeso l’ameno quadretto.





I cimeli materiali e immateriali più numerosi, e a me molto cari, sono quelli che appartengono alla storia di mio padre. Due foto del 1939, mentre era allievo ufficiale a Lucca, lo ritraggono l’una assieme alla sua cavalla Pina, definita da un suo appunto “buona saltatrice”, e l’altra davanti alla porta di Villa Puccini a Torre del Lago. Due ritratti che definiscono la sua natura, sportiva e amante dell’arte e delle cose belle. Nel 1940 è a combattere in montagna, sul fronte francese. Il 20 giugno, nel pomeriggio, scrive una vivace e sapida lettera a sua madre. È vergata a inchiostro rosso sangue, e si affretta a precisare che era l’unico inchiostro a disposizione: “malgrado il colore, non ti spaventare”. Rassicura la madre sullo stato della sua salute che, nonostante la vita al fronte, è ottima. Scherza sui disagi recati dalla vita alpina rassicurando che “sotto la naia ho imparato a prendere le cose con beatissima filosofia”. La lettera si chiude con un’incitazione: “State sempre allegri come lo sono io. A rivederci”. L’indomani, 21 giugno 1940, durante un’azione di guerra, viene centrato dall’esplosione di una granata. Sbalzato per vari metri, i suoi soldati non lo trovano più e urlano: “Dove l’è andà il signor tenente!! Dove l’è andà il signor tenente!!”. Lo rinvengono al di là di una barricata (che aveva letteralmente sorvolato), tramortito, grondante sangue e con una gamba lacerata gravemente ferita. La degenza è lunga e penosa, la sua vita è in pericolo a causa della cancrena e rischia l’amputazione della gamba. In ospedale arriva l’assegnazione della decorazione al valor militare firmata da Mussolini, ma la lettera non rimane al lungo tra le sue mani perché, con un gesto di stizza, mio padre la fa volare al di là della stanza. Passerà in ospedale ventidue mesi. Era il 1942, e mio papà aveva ventidue anni.
La mia prolungata vicinanza a ciò che riguardava la guerra (la tragica esperienza bellica per la mia famiglia, la mia permanenza nei luoghi del primo conflitto mondiale, la mia divisa indossata a Redipuglia, e finanche la vetrinetta dei cimeli dei Lancieri di Novara) producevano in me una sempre più decisa reazione allopatica: maggiore era la vicinanza con la guerra e maggiore in me cresceva il rifiuto della violenza e dell’odio. Così come in Tosca l’imminente fucilazione di Cavaradossi porta a cantare al condannato “E non ho amato mai tanto la vita!”, così come in Ungaretti l’intera nottata vicino a un compagno massacrato dall’odio della guerra gli ispira lettere piene d’amore e la vicinanza alla morte lo porta all’accorato “non sono mai stato / tanto / attaccato alla vita”, mi accorgevo che “contraria contrariis curantur”, che stavo curando i contrari con i contrari. Ovvero, che la prolungata vicinanza a ciò che riguardava la guerra aveva prodotto in me la reazione catartica analoga a quella ben conosciuta nel teatro greco, in cui la rappresentazione teatrale dell’odio spingeva al rigetto e alla repulsione per il male e, per reazione contraria, portava a desiderare il bene e la pace.
Il bagaglio che portavo a casa e nel cuore alla fine del mio incarico da ufficiale poteva dirsi ricco e significativo. La riflessione sul bene e sul male e sulla inutilità della violenza, la prossimità raggiunta con la mia terra d’origine, la maggiore conoscenza delle vicende familiari legate al conflitto bellico, i legami di solida amicizia allacciati con i miei lancieri, i vincoli duraturi e fraterni nati con i miei compagni di corso e con il capitano (ora generale) nostro comandante alla Scuola Allievi Ufficiali, l’esperienza umana e di lavoro sul carro armato, e perché no, gli splendidi occhi verdi della ragazza friulana, costituiscono ora una parte cospicua della mia ricchezza immateriale. In particolare, un cimelio che portavo in valigia al ritorno a casa racchiude il senso dei mesi trascorsi da militare. È il foulard dei Lancieri di Novara, ora incorniciato nel mio studio, caratterizzato dal colore bianco del Reggimento e da una frase che campeggia al centro: ‘Albis ardua’, ovvero ‘ai bianchi lancieri le imprese ardue, le imprese difficili’. Depurata da ogni riferimento bellico, mi piace eleggerla a motto di vita.