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Montagna

Quel cielo stellato

Luogo
Colle del Lys, Monte Rosa, 4.278 m
Data
15–16 settembre 1977
Con
il cugino Stefano
Lettura
4.242 parole, circa 20 minuti
Andrea Massimo Grassi a sedici anni sul ghiacciaio del Lys, con la piccozza e lo zaino, settembre 1977
Ghiacciaio del Lys, Monte Rosa, settembre 1977.

Era una limpida e fresca giornata di settembre quando ricevetti una telefonata che mi accese di entusiasmo. Mio cugino Stefano mi proponeva di affrontare nel fine settimana la Punta Dufour, la cima del Monte Rosa. Non esitai un istante ad accettare, sebbene il mio slancio di adolescente si scontrasse con la realtà: avevo sedici anni, non ero mai stato prima di allora su un ghiacciaio, non avevo mai salito una cima di 4.633 metri, non avevo né esperienza né attrezzatura adeguata per l’alta montagna. La fiducia in Stefano (di sette anni più grande di me, cugino prediletto e compagno di arrampicate) assieme alla rassicurazione che lo zio Massimo mi avrebbe prestato corda, piccozza e ramponi, sciolsero ogni perplessità. Partimmo con la Renault 4 di Stefano, di un vivace colore arancione, in un luminoso sabato pomeriggio. Sapendo di essere in ritardo sulla tabella di marcia, Stefano spinse sull’acceleratore tanto che in un rettilineo superammo i limiti di velocità. Ci fermarono i carabinieri, ma Stefano, con una frenata magistralmente distribuita, diede l’impressione che andassimo come tartarughe. Controllati i documenti, i carabinieri non ebbero nessun appiglio per multarci e non poterono fare altro che congedarci con un bel saluto formale. Presa per il rotto della cuffia l’ultima funivia da Alagna, giunti a Punta Indren ci incamminammo sul versante sud del gruppo del Rosa verso la Capanna Gnifetti. Nei nostri piani, avremmo dovuto poi pernottare nello spartano e inospitale bivacco sotto la Punta Balmenhorn, a quota 4.167 metri (la cui struttura originaria risaliva alla Prima guerra mondiale), e la mattina seguente iniziare la salita alla cima del Rosa.

Ma i nostri piani erano destinati a saltare: la tarda partenza da Milano ci aveva portati ad essere sul ghiacciaio del Lys a pomeriggio inoltrato e sebbene il ritardo non fosse grave di per sé, lo poteva diventare in caso di imprevisto. E l’imprevisto, inaspettatamente, si verificò. Non trovammo la deviazione sulla destra che ci doveva portare alle roccette della Punta Balmenhorn, sotto la quale avremmo trovato riparo nel bivacco. Continuavamo a salire, ma la luce stava calando e della deviazione per il bivacco non c’era traccia. La situazione era molto delicata: calcolando le ore di salita dalla Capanna Gnifetti (a quota 3.647 metri) e il nostro buon grado di allenamento, dovevamo trovarci ben oltre i 4.000 metri. Ormai non si vedeva quasi nulla e divenne necessario utilizzare la lampadina tascabile. Stefano aprì il sacco da montagna, estrasse la lampadina e con sgomento constatammo che non si accendeva. La pila si era scaricata perché l’interruttore, posto sul lato, si era accidentalmente acceso inserendo la lampadina nello zaino stipato. Era accaduto esattamente ciò su cui i manuali di montagna mettevano in guardia (e per questo motivo consigliavano di riporre nel sacco la pila separata dalla lampadina, per evitare le conseguenze di un’accensione accidentale). E così, come la lampadina inavvertitamente accesa nel sacco da montagna si era poco a poco consumata fino a spegnersi, la luce del giorno era calata progressivamente, fino a lasciarci sul ghiacciaio nella completa oscurità.

Il ghiacciaio del Lys al mattino, con una figura in cammino e le cime del Rosa sullo sfondo
Ghiacciaio del Lys, 16 settembre 1977. Le fotografie di Stefano, sviluppate mesi dopo.

Le circostanze erano serie: avevamo perso la traccia, ci trovavamo su un ghiacciaio a oltre 4.000 metri, la luna era assente ed eravamo nel buio totale. Dovevamo prendere decisioni. Proposi risolutamente a Stefano di fermarci, non potendo infatti progredire alla cieca su un ghiacciaio, con il pericolo costante di cadere in un crepaccio. La zona in cui ci eravamo dovuti fermare era pianeggiante, come se ci trovassimo su un colle e, sebbene il luogo, proprio per la sua morfologia, fosse battuto da un vento gelido, era certamente il posto meno esposto alla caduta di seracchi. Era dunque la zona più fredda e ventosa, ma anche la più sicura. In pochi attimi realizzammo che non era prudente avanzare o arretrare di un solo centimetro e che avremmo dovuto affrontare un drammatico bivacco all’addiaccio.

Non avevamo nulla per bivaccare a quella altitudine e nulla per proteggerci da temperature di parecchi gradi sotto zero. La nostra abituale attività in montagna era prevalentemente estiva e si svolgeva soprattutto in Dolomiti, e le rare puntate sui ghiacci delle Alpi non giustificavano l’acquisto di costosissimi capi tecnici. Sicché il mio abbigliamento, peraltro abituale alla fine degli anni ’70, era formato da due maglioni di lana, cappello, guanti e calzettoni anch’essi di lana, pantaloni di stoffa alla zuava. Non possedendo una giacca a vento di piumino mi ero attrezzato con ciò che avevo in casa: una giubba di cotone con imbottitura leggera. Ora dovevamo allestire un bivacco per ripararci dal freddo che diventava via via sempre più penetrante. Il buon senso ci portò ad approntare subito un buco nella neve. Con le piccozze riuscimmo a scavare circa cinquanta centimetri in profondità. Poi la neve diventava ghiaccio impenetrabile. La sorte e la previdenza di Stefano vollero che lui avesse con sé ben due calzamaglie di lana (quelle che solitamente si odiavano per il fastidioso pizzicorio che si provava indossandole). Stefano mi porse generosamente il suo ricambio, e così, colmo di gratitudine, mi misi in mutande nel gelo, ci facemmo due risate e indossai il provvidenziale indumento. Predisponemmo la base su cui accovacciarci, più possibile isolati dalla neve: prima i ramponi, e sopra di loro la corda. Un urlaccio e triviali imprecazioni svelarono che inavvertitamente, al buio, avevamo messo un rampone con le punte all’insù, provocandoci una dolorosa seduta. Tra insinuazioni reciproche e sghignazzi risistemammo il nostro giaciglio. In un libro del grande René Desmaison dedicato alla tragica salita della direttissima della Punta Walker sulle Grandes Jorasses, avevo letto che durante i bivacchi notturni in parete si era riparato dal congelamento inserendo nello zaino i piedi suoi e quelli del suo compagno di cordata. L’idea era eccellente. Così vuotammo i sacchi: in uno ci infilammo i nostri quattro piedi e l’altro ci servì come riparo da tenere sulla pancia. Ci ficcammo nel buco di ghiaccio e senza troppi convenevoli ci stringemmo l’un l’altro. Ci apprestavamo così a passare la notte più difficile della nostra vita.

La notte era incantata. L’assenza della luna esaltava il luccichio di una miriade di stelle che abitavano l’operoso borgo notturno del cielo. Mai avevo visto una stellata simile, mai ero stato di fronte a tanta magnificenza e infinità. Forse soltanto van Gogh avrebbe potuto svelare il mistero di quel cielo. Ne ero sopraffatto. Per contro, mai ero stato così tormentato da pensieri di paura. Sapevo dalle cronache e dalle mie numerose letture di montagna (che in quegli anni erano certamente più frequenti delle letture sulla musica) che difficilmente si riusciva a superare senza tragiche conseguenze una notte all’addiaccio a oltre 4000 metri, senza equipaggiamento. Il rischio di assideramento era altissimo. Avevo paura di perdere le mani e di non poter più suonare il clarinetto. Il nostro corpo stava perdendo poco a poco il calore accumulato durante lo sforzo della salita. Ora, nell’immobilità, il freddo era diventato insopportabile e l’organismo reagiva con il tremore, con un insopportabile, irrefrenabile e incontrollabile tremore. Non riuscivo a fermare la mandibola. Non potevo fare nulla per fermarla. Questo tremore mi sfiniva e sapevo che mi avrebbe accompagnato per tutta la notte.

Con Stefano ci scambiavamo poche parole. Le prime parole della notte, le più importanti, erano di avvertimento e di incitamento. Sapevamo che l’organismo, per reagire al freddo, avrebbe fatto affluire il sangue agli organi interni, sottraendolo agli arti e dunque esponendo al congelamento le mani e i piedi. «Dobbiamo assolutamente muovere sempre mani e piedi, se no siamo perduti». «E non dobbiamo addormentarci, per nessun motivo!». In realtà, non sarei riuscito mai ad addormentarmi: il tremore della mandibola era convulso e, soprattutto, il terrore di non potere suonare mai più il Concerto di Mozart mi obbligava ad aprire e chiudere le mani, ossessivamente, senza sosta. Può sembrare strano, ma in quel frangente non ci mancò l’ironia. Probabilmente, ciò che ci portava a essere ottimisti con il compagno di sventura era una forma di reazione alla gravità drammatica, inconfessata, della situazione. E allora i nostri dialoghi divennero: «Come va?» - «Eh, insomma… freschetto…» - «Chiudi la finestra che c’è corrente…». Oppure, più prosaicamente, i nostri commenti erano accompagnati da una buona dose di oscenità. E poi controllavamo a vicenda e continuamente lo stato di salute: «Tutto bene?», «Le mani?». I suoni che accompagnavano i nostri lunghi silenzi erano lo sferzare insistente del vento e il boato sordo e terrificante dei seracchi che cadevano lontano. In ogni caso, qualsiasi fossero le parole, i suoni o i pensieri, l’elemento prevaricante e più ossessivo era soltanto uno: il freddo, il freddo che diveniva sempre più insopportabile.

Ricordo che provai ad avere dei pensieri. Non era facile riuscire ad avere dei pensieri e a pensare con quel freddo e con quel tremore inarrestabile. Provai a pensare alle cose belle. Due anni prima, lo rammentavo distintamente, durante il lungo avvicinamento alla cima della Civetta (la mitica vetta dolomitica nel bellunese, di 3.220 metri, che avevamo salito proprio con Stefano compiendo in giornata l’oltremodo impegnativa concatenazione delle ferrate Tissi e Alleghesi) avevo sperimentato l’espediente di ingannare la fatica, iniziata dal rifugio Vazzoler situato ben 1.500 metri sotto la cima, canticchiando bella musica. Al termine di una oculata ricerca nella mia testa, avevo individuato nel tempo lento del Concerto in re minore per due violini di Bach la musica ideale per darmi una cadenza regolare nei passi e un poco di sollievo. Il movimento ‘Largo ma non troppo’, così bello, aveva anche la preziosa caratteristica di potersi bene adattare a qualsiasi andatura del mio passo. E così, sulla salita più ripida o percorrendo un falsopiano, questa meravigliosa melodia si espandeva o si contraeva a mio piacimento e a mio beneficio, portandomi conforto e, tra l’altro, illudendomi di avere in qualche modo parte al processo creativo dell’immenso Bach. Memore di quell’esperienza, sebbene rannicchiato al gelo e non più in marcia sull’assolato sentiero della Civetta, mi ripetei più volte nella mente l’intero movimento. Provai anche coi Concerti Brandeburghesi, soprattutto col Primo e col Secondo. E con il Concerto per violino di Beethoven, che aveva tanto segnato la mia infanzia e che mi aveva indirizzato ineludibilmente alla musica. E poi brandelli sparsi: l’incipit della Quarta Sinfonia di Brahms, il Quintetto per clarinetto di Mozart, il Magnificat di Vivaldi, Monteverdi… Dovetti desistere. Il freddo mi instupidiva, mi impediva di mettere una nota dopo l’altra. Ma la paura di congelarmi le mani mi imponeva di reagire. Considerai allora che l’amato Ungaretti avrebbe potuto darmi consolazione. Feci un rapido calcolo delle poesie che sapevo a memoria. “Un’intera nottata buttato vicino a un compagno…”. No no, non funzionava. Era fuori luogo evocare con accanto Stefano “una notte buttato vicino a un compagno massacrato con la bocca digrignata volta al plenilunio”. Scartai dunque ‘Veglia’. Provai con ‘I fiumi’, forse la poesia che amo di più. La ripetei più e più volte. Essendo la più lunga tra le poesie da me conosciute, riusciva almeno a rosicchiare preziosi minuti all’estenuante attesa che la notte finisse. Ma la sua conclusione, così tragica, che sfocia nella ‘corolla di tenebre’, mi fece propendere per altri versi, che almeno non facessero riferimento al buio o alla morte. ‘Natale’! Come non averci pensato: “Qui non si sente altro che il caldo buono. Sto con le quattro capriole di fumo del focolare...”. Il caldo buono, il caldo buono… Quante volte ripetei quei versi, quante volte… Entrò in me una sensazione di sollievo. Ma quei versi così evocativi, pur meravigliosi, erano un balsamo effimero. Si affacciò nella mia mente, per la prima volta, il pensiero della morte. Ricordo molto bene che reagii immediatamente. Ricordo che ripetei accoratamente una sorta di preghiera: «Dio… Dio… Non è possibile proprio ora, non è possibile… Ho ancora troppe cose belle da fare…». Così come era venuto, il pensiero della morte se ne andò, dissolto nella notte. Ciò che invece permaneva e non voleva allontanarsi erano un freddo insopportabile, il tormento di dovere muovere incessantemente e faticosamente le mani irrigidite e lo sfinimento del continuo tremore dei denti.

Un ragazzo con il casco sulla ferrata Tissi al Monte Civetta, 1975
Ferrata Tissi al Civetta, 1975.

Un altro pensiero, invero contrastante con la situazione in cui eravamo, albergava la mia mente. Era la memoria delle ascensioni che soltanto il mese precedente avevamo compiuto lietamente sulle Dolomiti durante le nostre tradizionali vacanze estive, tra l’amatissimo Sciliar, l’Alpe di Siusi e la Val Gardena. Era stata una stagione soleggiata, favorevole alle arrampicate, e la mia reminiscenza si era concentrata su due o tre ascensioni che mi avevano gratificato particolarmente. La prima di queste ascensioni ci aveva impegnati sulla via normale della Furchetta (3.025 metri), la cima più alta, assieme al Sass Rigais, del meraviglioso Gruppo delle Odle. La Furchetta evoca grandi imprese alpinistiche: la strapiombante parete nord era stata vinta, compiendo una delle prime ascensioni di sesto grado nelle Dolomiti, da Emil Solleder nel 1925. Il grande Reinhold Messner, natio della fiabesca Val di Funes, dominata proprio dalle Odle, aveva effettuato la prima ascensione invernale della parete nord alla fine degli anni ’60. Per noi ragazzini era motivo di orgoglio conquistare quella montagna, sebbene salissimo dal versante sud per un itinerario enormemente più breve e più facile della parete nord, ed era gratificante, arrivati in cima, andare a leggere sul libro di vetta l’annotazione autografa di Messner che registrava la sua grande impresa. Ci sembrava quasi, illudendoci, di averne preso parte.

La nostra ascensione alla Furchetta era stata una di quelle che simpaticamente chiamavamo ‘gita sociale’, e il deus ex machina dell’iniziativa era stato, come sempre, l’amatissimo zio Massimo. Così come Beethoven sentiva la responsabilità sociale di regalare al mondo intero la meraviglia della sua musica, lo zio Massimo era spinto dal sacro furore di avvicinare parenti e amici alla bellezza della montagna. Con sistematico disegno, Massimo portava ad arrampicare, uno per uno, nipoti, pronipoti, sorelle, fratelli, cognate, cognati, figlie, figli, amiche, amici, ma anche mariti e mogli e fidanzati e fidanzate dei nipoti, amici e amiche degli amici e delle amiche, i quali, a seconda dei casi, rimanevano per sempre conquistati dall’alpinismo e grati a vita allo zio, o talora, molto più raramente, definitivamente allontanati per il terrore provato in parete. Per realizzare quanto prima il suo progetto ideale, allo zio Massimo era talvolta necessario raccogliere in gruppo i fortunati predestinati, in base alle loro capacità e propensioni. Fu così anche per l’ascensione alla Furchetta di quell’estate. Attaccammo la via in sette persone e presto si formarono spontaneamente due gruppi, il primo dei quali, più numeroso e composto dagli esordienti, era guidato dallo zio. Dato che mi sentivo in forma e conoscevo la via (in realtà, sempre grazie a Massimo, l’avevo percorsa una volta soltanto, due anni prima, quando quattordicenne ebbi la fortuna di fare la mia prima vera arrampicata) mi inerpicai da solo fino in cima, ove però mi resi conto che Massimo avrebbe gradito un aiuto per seguire i neofiti del gruppo, che procedevano molto lentamente e che erano ancora all’inizio dell’ascensione. Cosicché ridiscesi alla base, raggiungendo il gruppo, e risalii in cima con loro, cercando di offrire il mio aiuto. Massimo realizzò soltanto allora che ero salito e sceso due volte dalla cima, in libera, ovvero senza nessuna protezione e assicurazione della corda. La via, non impegnativa, non superava mai il terzo grado inferiore, ma i primi tiri di corda erano su terreno infìdo e friabile e gli ultimi tiri, usciti in cresta, erano esposti all’orrido strapiombo di circa 900 metri della parete nord. Sapevo bene che il grado di contrarietà e arrabbiatura dello zio Massimo era inversamente proporzionale al numero di parole che pronunciava nei rimproveri. Se, contrariato, ti parlava, voleva dire che la cosa tutto sommato non era grave. Ma quella volta, in cima, non proferì verbo. Mi fulminò con uno sguardo in cui trasparivano tutto il suo amore per me e la preoccupazione di chi si sentiva il principale responsabile della mia vita.

Due ragazzi con il casco seduti sulla roccia, con le Odle alle spalle, 1975
Furchetta, 6 agosto 1975: la prima ascensione, con il cugino Stefano.

Nel calepino su cui registravo le ascensioni compariva una seconda annotazione che riguardava l’agosto di quell’anno: la via normale dell’Odla di Funes, con Massimo e Stefano. Arrivammo alla base della via dopo un laborioso avvicinamento ma, per una causa che non ricordo, stranamente, Massimo ci comunicò che non sarebbe salito in cima. Stefano e io ci guardammo con sguardo complice e, ottenuto il consenso (ovviamente silenzioso) dello zio, attaccammo la via in libera. Giunti in cima ci godemmo il panorama ineguagliabile, firmammo il libro di vetta e scendemmo, sempre in libera, con la scioltezza con la quale eravamo saliti.

Il mio diario delle ascensioni conserva una terza lieta annotazione di quell’estate: l’interminabile ma affascinante via normale al maestoso Monte Pelmo (3.168 metri), ancora una volta con Massimo e Stefano, e assieme all’amico Harald Kurschner. Lo speciale e sapido ricordo di quella ascensione è legato alla famosa Cengia di Ball (dal nome del primo salitore, John Ball, nel 1857) e al caratteristico ‘passo del gatto’, un passaggio obbligato non protetto da funi, stretto ed esposto, su una sporgenza rocciosa che si può superare soltanto procedendo carponi. Queste erano le nostre felicità. E la felicità che mi portava la montagna era intima, silenziosa, riflessiva e colma di significati. Mai avevo considerato la montagna come mera attività sportiva. Sebbene nell’andare in roccia fosse presente in me l’idea e la soddisfazione del superamento di sé stessi, l’ambiente e il contesto montano (le rocce, i corsi d’acqua, i boschi e i prati, gli animali, i funghi, il cielo, le luci del sottobosco, i precipizi, i temporali) portavano con sé, potentissima, la gioia della conoscenza. Provavo vero piacere a distinguere una roccia effusiva da una sedimentaria (e in essa scorgervi un fossile marino a 3000 metri), a riconoscere un minerale e impararne il nome e la composizione chimica, come avveniva con l’analcime (allumosilicato idrato di sodio) così tipico dell’Alpe di Siusi. La soddisfazione mi proveniva dall’imparare la differenza tra pino cembro e pino mugo grazie all’analisi dei ciuffi di aghi (nel mugo sono due, cinque nel cembro) oppure a riconoscere i funghi divertendomi a ripetere il nome latino soprattutto se un po’ complicato (come Clitocybe infudibuliformis), o stravagante (come Psalliota emorroidaria) o addirittura osceno (Phallus impudicus). Non era raro che in casa o per sentieri nascessero vere e proprie tenzoni a colpi di nomi: ci sfidavamo sui fiori con la mamma (vinceva sempre lei) e sui funghi col papà (talvolta raggiungevo il pareggio) col quale, allo stesso modo, era abituale divertirsi a ricordare i nomi completi di pittori e architetti del passato (se tutt’oggi il Bramantino per me è Bartolomeo Suardi detto il Bramantino lo devo a quei dotti e ilari certami). Insomma, la mia vicinanza con la natura e con la montagna sapeva di vera e propria religione, mi ricordava il pensiero di Beethoven e il ‘Deus sive Natura’ di Spinoza e portava con sé l’impagabile sapore filologico, così vasto, colorato e irraggiungibile che è il sapore della conoscenza, il sapore del passaggio dall’ignoto al conosciuto.

Il contrasto tra la mia idea di natura (assieme alla memoria delle ascensioni dolomitiche, avvenute appena una ventina di giorni prima) e la nostra attuale situazione sul ghiacciaio era abissale. La calda e assolata roccia delle amate e familiari Dolomiti era qui sostituita dal ghiaccio ostile, dal buio, dall’ignoto e dalla solitudine. Il forsennato, vitale, gaio e spensierato dinamismo del mio andare su e giù dal calcare dolomitico, il buttarsi a rotta di collo giù per i ghiaioni era in opposizione con la forzata e penosa immobilità del nostro bivacco. Il giallo vivo degli anemoni, dei ranuncoli e dei papaveri di roccia che colorano le rocce dei rassicuranti luoghi dell’infanzia era qui sostituito dal luccichio dell’irraggiungibile, tanto bella quanto inquietante, corolla della volta stellata.

Le ore trascorrevano interminabili. Ogni secondo, ogni minuto, erano estenuanti. Ma sapevamo che il tempo, inesorabile, trascorreva. Il pensiero della luce dell’alba ci dava forza. E infine, dopo snervante attesa, la prima luce dell’alba arrivò.

Uscimmo, come da un letargo, dal nostro ricovero che era stato la nostra pena e la nostra salvezza. L’incavo che ci aveva protetto, così aveva deciso il destino, non era diventato la nostra bara di ghiaccio. Sorridendo, parafrasavo Ungaretti: “Ho tirato su le mie quattr’ossa e me ne sono andato come un acrobata sul ghiaccio…”. Davanti a noi uno spettacolo inenarrabile. Le cime che il buio aveva appianato ora si ergevano sempre più nitide: di fronte era apparso il Lyskamm, in lontananza svettava il meraviglioso Cervino, rosato, e all’orizzonte l’ampio e sconfinato arco delle Alpi con le mille sfumature di grigio, di rosso e di arancione che la dea Aurora offre ai mortali quando unisce con miracolosa e divina sapienza i colori della terra con quelli del cielo. E poi i primi raggi del sole su di noi. Poco a poco si placò il tormentoso tremore delle nostre membra e soprattutto, con il sole, arrivò la folle e liberatoria consolazione di saperci finalmente fuori pericolo.

Con la luce e il primo calore fu più facile ricominciare a ragionare e alla fine capimmo dove avevamo bivaccato: eravamo su un ampio colle, e tutti i riferimenti geografici e cartografici ci ponevano senza dubbio al Colle del Lys. Avevamo dunque passato la notte a quota 4.248 metri. Non riesco a determinare quanti gradi sotto lo zero avesse raggiunto la temperatura quella notte. So soltanto che ci fu impossibile mangiare o bere alcunché perché i liquidi e gli alimenti che avevamo con noi erano completamente congelati. Rinunciammo, rassegnati e impotenti, alla colazione.

Le prime luci dell’alba ci regalarono anche il primo incontro, per certi versi consolatorio, con degli esseri umani. Una guida e il suo cliente che procedevano di conserva, partiti nel cuore della notte dalla Capanna Gnifetti, si palesarono alla nostra vista. La guida diede una rapida occhiata d’intorno: il buco nel ghiaccio con le vettovaglie disposte sul bordo come se fossero su una credenza, i segni gialli lasciati sulla neve dalle nostre urine, le nostre facce stravolte. Non c’era traccia di tende da bivacco o di sacchi a pelo. Si rivolse a noi, con tono perplesso e insieme allarmato: «Ma che diavolo ci fate qui…!». Nessuno di noi due ebbe il coraggio di rispondere, perché ogni parola avrebbe confessato con vergogna la nostra inettitudine e dabbenaggine. La perspicacia della guida non poteva fallare, aveva ben capito che lì avevamo bivaccato, all’addiaccio. «Ma è tutto a posto?», ci chiese. Stefano ed io annuimmo. La guida diede un leggero strappo alla corda alla quale era legato il suo cliente e, scuotendo vistosamente la testa, riprese il cammino.

Raccogliemmo il materiale, rigovernammo il luogo del nostro bivacco come si sistema la propria camera da letto e con grande difficoltà calzammo gli scarponi che erano diventati rigidi e pesanti come il ferro. Malgrado la notte trascorsa in condizioni così penose, volevamo portare a termine il nostro proposito, e così riprendemmo la salita verso la cima. Noi non eravamo stanchi, ma evidentemente fu il destino che si era stancato. Si era stancato di mettere pezze alla nostra incoscienza: il dado che serrava il bullone del mio rampone sinistro si era allentato ed era andato perduto, rendendo inutilizzabile il necessario strumento di progressione sul ghiaccio. Ora veramente non potevamo continuare, ora dovevamo accettare che quel giorno non era destino arrivare in cima. Chi ama e frequenta la montagna non fa drammi nel tornare sui propri passi, e così, a pochi metri dal colle Gnifetti, a circa quota 4.500 metri, convenimmo che poteva bastare e, toltomi il rampone ormai inutilizzabile, prendemmo la via del ritorno.

La giornata volgeva al termine, avevo conosciuto l’inenarrabile (quel cielo stellato…), avevo provato la paura della morte, avevo desiderato sopra ogni cosa di vivere e di continuare a suonare, avevo toccato con mano la forza del legame vitale e fraterno con mio cugino Stefano. Ci eravamo scontrati con la nostra imprevidenza e la montagna ci aveva mostrato tutta la sua superiorità e la sua immane forza decidendo, con grande nobiltà e magnanimità, di non stravincere, di non annientarci. Sapevamo che le nostre forze fisiche e mentali ci avevano certamente sostenuti, ma altresì eravamo consapevoli che in fin dei conti il destino aveva voluto graziarci. Mi venne in mente Petrarca che narrava della sua gravosa ascesa al monte Ventoux: “L’ardir degli animi, il vigore e la destrezza delle membra, e tutte le altre circostanze favorivan l’intento, cui solo faceva ostacolo la natura de’ luoghi”. In discesa, giunti al luogo del bivacco, Stefano scattò una fotografia al buco che ci aveva ospitato qualche ora prima e ci incamminammo verso la Capanna Gnifetti per poi riguadagnare Punta Indren. Non parlammo molto, come due complici dopo avere commesso reato e, quasi in silenzio, stringemmo un solenne quanto essenziale patto: nessuno in famiglia avrebbe mai dovuto sapere della nostra interminabile notte al Colle del Lys.


Ritratto di Andrea Massimo Grassi ragazzo, sorridente, in montagna, 1978
Odla di Cisles, 25 agosto 1978.

Pochi mesi dopo quel bivacco, Stefano fece sviluppare il rullino della sua macchina fotografica, e durante una festa di famiglia, assieme alle foto delle vacanze, spuntarono ingenuamente anche quelle scattate sul Monte Rosa. Non fu più possibile nascondere i fatti. Tra vaghe allusioni, reticenze, mezze verità e balbettii fornimmo infine a genitori e a parenti una versione dell’accaduto. Il nostro racconto risultò comunque edulcorato. Omisi, ad esempio, che Stefano mi aveva confidato di accusare, dopo ancora vari mesi, un fastidioso formicolio alle mani e ai piedi, postumo chiaro di un principio di congelamento non ancora risolto. Io ritornai alle mie passioni e alle mie attività: la musica e la montagna, e con esse il liceo, il conservatorio, la prima supplenza di educazione musicale. Avevo sedici anni, e potevo, felice, ricominciare a suonare il Concerto di Mozart.

Le ascensioni

Dal 1975 al 2020, sessanta ascensioni tra Dolomiti, Alpi centrali e Prealpi lombarde, fino al V grado, e ventidue vie ferrate. L'elenco è tenuto da allora su un calepino.

Alpi Orientali

Dolomiti

Gruppo dello Sciliar

  • Punta Santner 2414 mParete Nord8 luglio 1987
  • Monte Castello 2510 mSpigolo Nord-Est13 agosto 1991
  • Punta Santner 2414 mParete Nord27 agosto 1991
  • Punta Santner 2414 mParete Nord30 luglio 1992
  • Piccolo Sciliar 2264 mSpigolo Nord15 agosto 1992
  • Monte Castello 2510 mSpigolo Nord-Est23 agosto 1993
  • Monte Nicola 2128 m, Croda del Maglio 2036 m26 luglio 1996
  • Piccolo Sciliar 2264 mVia Tchurchentahler alla parete Ovest24 agosto 2005
  • Piccolo Sciliar 2264 mVia Tchurchentahler alla parete Ovest27 agosto 2007
  • Punta Santner 2414 mParete Nord17 agosto 2012
  • Piccolo Sciliar 2264 mVia Tchurchentahler alla parete Ovest22 agosto 2013
  • Monte Nicola 2128 m, Croda del Maglio 2036 mAgosto 2020

Gruppo delle Odle

  • Furchetta 3025 mVia Normale. (I ascensione personale)6 agosto 1975
  • Piccola Fermeda 2796 mVia NormaleSettembre 1975
  • Furchetta 3025 mVia Normale (in libera)Agosto 1977
  • Odla di Funes 2800 mVia Normale (in libera)Agosto 1977
  • Odla di Cisles 2780 mSpigolo Sud-Est25 agosto 1978
  • Piccola Fermeda 2796 mVia NormaleAgosto 1978
  • Grande Fermeda 2873 mSpigolo Sud-Est6 agosto 1991
  • Odla di Cisles 2780 mSpigolo Sud-Est23 agosto 1991
  • Piccola Fermeda 2796 mSpigolo Sud-Est7 agosto 1992
  • Piccola Fermeda 2796 mParete Sud (via dei Camini)28 agosto 1994
  • Grande Fermeda 2873 mVia Normale16 agosto 2011
  • Piccola Fermeda 2796 mParete Sud. (via dei Camini)25 agosto 2011
  • Sasso della Porta, anticima 2967 mVia Normale29 agosto 2013
  • Odla di Valdussa 2942 mVia Normale29 agosto 2013

Gruppo del Catinaccio

  • Torre Delago 2790 mSpigolo Sud-Ovest31 luglio 1996
  • Torre Stabeler 2810 mVia Normale24 agosto 2004
  • Torre Nord 2810 mVia Normale18 agosto 2007

Gruppo del Sella

  • Prima Torre 2533 mVia dei Camini1 agosto 1992
  • Prima Torre 2533 mVia Steger10 agosto 1992
  • Prima Torre 2533 mVia dei Camini12 agosto 1992
  • Seconda Torre 2597 mDiedro Kostner12 agosto 1992
  • Terza Torre 2688 mVia Jahn13 agosto 1992
  • Sass Pordoi 2950 mVia Dibona21 agosto 1994

Gruppo del Sassolungo

  • Punta Grohmann 3126 mVia Normale8 agosto 1991
  • Cinque Dita 2996 mVia Normale5 agosto 1992
  • Dente del Sassolungo 3001 mVia Delago allo Spigolo Sud-Est18 agosto 1993
  • Cinque Dita 2996 mVia Normale19 agosto 2004
  • Sassolungo 3181 mVia Normale24 agosto 2012
  • Sassolungo 3181 mVia Normale15 agosto 2013

Gruppo del Pelmo

  • Monte Pelmo 3168 mVia NormaleAgosto 1977

Gruppo del Lavarella – Conturines

  • Sasso della Croce (Piz del Ciaval) 2907 mVia NormaleEstate 1975

Marmolada

  • Marmolada 3344 mFerrata e discesa dal ghiacciaio23 agosto 2011

Alpi Noriche

Zillertal

  • Gran Pilastro (Hochfeiler) 3509 mVia NormaleAgosto 1978

Alpi Centrali

Alpi Pennine

Gruppo del Monte Rosa

  • Colle Gnifetti 4454 mBivacco al Colle del Lys 4278 m15 e 16 settembre 1977
  • Balmenhorn 4167 mEstate 1981

Alpi Retiche

Gruppo del Brenta

  • Cima Tosa 3173 mVia del Camino (Via Normale)5 settembre 1992

Gruppo dell’Ortles

  • Punta Beltovo di Dentro22 agosto 2016

Prealpi Lombarde

Gruppo delle Grigne

  • Guglia Angelina 1866 mVia Normale17 settembre 1986
  • Torrioni Magnaghi 2045 mTraversata dei Torrioni8 luglio 1989
  • Grigna Meridionale (Grignetta) 2184 mCresta Segantini1 luglio 1991
  • La Torre 1728 mVia Normale5 luglio 1991
  • La Lancia 1730 mVia Normale5 luglio 1991
  • Il Fungo 1713 mVia Normale5 luglio 1991
  • Torrione Cinquantenario 1743 mVia Normale10 luglio 1991
  • Torre Cecilia 1800 mSpigolo Marimonti10 luglio 1991

Isole

Sicilia

  • Etna 3323 mEstate 1986

Vie ferrate

  • Bocchette alte, Brenta
  • Castiglioni, XII Apostoli, Brenta
  • Centenario, Resegone
  • Dei Campanili, Latemar
  • Grande Cir, Cir
  • Julia, Monte Canin
  • Laurenzi, Catinaccio
  • Mangart
  • Masaré, Catinaccio
  • Maximiliansteig, Denti di Terra Rossa, Sciliar
  • Mesules, Sella
  • Passo Santner, Catinaccio
  • Pertini, Stevia
  • Re di Sassonia al Fuart
  • Roda di Vael, Catinaccio
  • Sass Rigais, Odle
  • Schuster, Sassopiatto
  • Sentiero Cecilia, Grignetta
  • Sentiero SOSAT, Brenta
  • Tissi e Alleghesi al Monte Civetta
  • Tridentina al Pissadù, Sella
  • Velo della Madonna, Pale di San Martino

Tavole

Furchetta, 2013
Furchetta, 2013
Sassolungo, via normale, 24 agosto 2012
Sassolungo, via normale, 24 agosto 2012
Marmolada, 23 agosto 2011
Marmolada, 23 agosto 2011
Punta Beltovo di Dentro, 22 agosto 2016
Punta Beltovo di Dentro, 22 agosto 2016
Ferrata Tridentina al Pissadù, 2015
Ferrata Tridentina al Pissadù, 2015
Parapendio al Seceda, 2010
Parapendio al Seceda, 2010